Letture di gennaio

lunedì 30 marzo 2020

"Semafori rossi" di Gianna Radiconcini


"Ho un curioso ricordo di quel periodo: i semafori rossi. La mia corsa contro il tempo si svolgeva tra la Olivetti 22, i figli e la casa. Il tutto inframmezzato da corse affannose in auto. Ferma a un semaforo, ogni volta mi ponevo la stessa domanda: "Dov'è Giuliano? Perchè non mi chiama?". Al successivo feu rouge, medesima domanda. La sofferenza di quel periodo si salda, nei ricordi, a quei semafori. Libera da incombenze, in quelle circostanze, il dolore si acuiva".



Gianna Radiconcini, classe 1926, staffetta partigiana a diciassette anni, azionista e poi colonna del partito repubblicano, è stata la prima donna giornalista corrispondente Rai a Bruxelles e a Strasburgo. In seguito ha lavorato per testate prestigiose, occupandosi di vari argomenti, dalla politica al costume.

In questo suo romanzo, "Semafori rossi", l'autrice racconta di Anna Latini, nome de plume della protagonista, che usava quando curava, su un quotidiano, la rubrica dedicata alle donne.
Siamo nella seconda metà del Novecento, periodo storico di grande fermento, per quanto riguarda i diritti civili e, in particolar modo, dei diritti delle donne nell'ambito della società, del loro ruolo attivo e partecipativo che investe il mondo del lavoro, ma anche quello più intimo e personale, dall'aborto al divorzio.

Sposata infelicemente a un marito che la tradisce con una sua amica, rimasta incinta di un altro uomo, Giuliano, Anna deve dissimulare la gravidanza per sfuggire al licenziamento e a problemi giudiziari, mentre affronta il carattere ondivago, prepotente e instabile di Giuliano: il rapporto con lui implicherebbe la perdita dell’indipendenza e la rinuncia al proprio amato lavoro.

Le pagine scorrono velocemente, ma sono attraversate da riflessioni che inducono chi legge a soffermarsi, esse sono una testimonianza preziosa di una donna che ha lottato per non tradire se stessa, difendendo la propria dignità e i propri ideali di giustizia e libertà. Le brevi soste dovute ai semafori rossi del titolo, sono quelle che l’hanno aiutata a riflettere su se stessa e a prendere le giuste decisioni.

Non è un libro da frasi memorabili da sottolineare, ma quel che colpisce sono proprio i pensieri e le domande che si pone la protagonista, le vicende della sua vita potrebbero essere quelle di qualsiasi donna: attraverso essi è come se l'autrice avesse fatto germinare, in chi legge, una voce silenziosa, un grillo parlante che induce a rispondere a domande che credevamo sepolte in noi stesse. Temi principali sono la maternità, con cui si apre il romanzo e da lì in poi si diramano tutta una serie di conseguenze e situazioni che poi vanno a sfociare in ambiti più universali, come la famiglia, il rapporto di coppia, i costumi sociali, le leggi che vanno a determinare lo status esistenziale della persona, infatti nel romanzo si cita: "si cominciava a parlare di divorzio, se lo avessi ottenuto avrei potuto riconosce mio figlio. Si discuteva del voto sulla riforma del diritto di famiglia, presentata già da molti anni dal ministro Reale, ma mai discussa in Parlamento perchè non iscritta nell'o.d.g. della commissione Giustizia. Ora mi sentivo più sicura". 
A onor di cronaca, soltanto dopo un complesso iter parlamentare la legge Fortuna-Basilini viene approvata dal Parlamento e il 1° dicembre 1970 entrò in vigore la Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, si evitò di menzionare la parola divorzio. Intanto le manifestazioni fiorivano numerose.
foto da google QUI

Il ruolo della donna è il fulcro centrale attorno al quale ruotano tutte le altre tematiche e, dunque, le scelte della protagonista: come si trova il coraggio di affrontare la vita? E' questo il quesito basilare, scritto anche in copertina, che spinge la narrazione fino al suo epilogo.
Un libro da leggere e da tenere a mente.

sabato 21 marzo 2020

"La voce delle case abbandonate" di Mario Ferraguti

"E allora sapere che quella certa casa là, è rimasta intatta e nessuno da anni e anni l'ha toccata, perchè dicevano ci abitasse una strega, è senz'altro una cosa da sapere per chi esplora case abbandonate. Oppure che in quell'altra casa sola, dove sono rimaste le mura, a passarci si sentiva una voce recitare il rosario o che nell'altra ancora, a Mareto, ci viveva un uomo che imprigionava le streghe in bottiglia e quando è morto ha cominciato a nevicare azzurro, anche queste sono cose da sapere. E qui ho imparato che le case abbandonate sono anche i posti della paura; paura di animali fantasma, di demoni e streghe, paura di quello che ci si sente o ci si vede."



I luoghi abbandonati chiamano a sè i cuori, gli animi, capaci di ascoltare il loro canto, un canto che sa di cose antiche, di gesti perduti, di silenzi che creano cose.

"La voce delle case abbandonate" di Mario Ferraguti non è soltanto un libro da leggere e poi riporre, ma è un modo di stare al mondo e ascoltare il pulsare dei luoghi, trattenerlo nella carne.
Ferraguti, esploratore e scrittore, ci racconta questo fascinoso mistero delle case abbandonate, con lui ascoltiamo la loro voce, impariamo a decifrare suoni e rumore, le cose e le vite che furono, i fantasmi della vita e i segni del tempo sulle cose, l'assedio impetuoso e inarrestabile della natura.

Leggere queste pagine è attraversare posti guidati dal solo mormorio della vita: c'è un paese dove abita una donna sola che fa le calze, un paese che traballa, "dove a ogni colpo di vento cade un sasso", c'è un bosco che mangia le case e bosco e paese diventano una cosa sola.
Sono pagine impastate di nostalgica poesia, in esse mi sono profondamente riconosciuta, in quest'arte dell'abbandonologia che attira a sè coloro che hanno il potere di leggere le pietre, di carpire messaggi dalle vene delle foglie, di ascoltare ancora il battito di qualcosa che non c'è più, ma che finchè c'è stato, è entrato nel sangue.

"La voce delle case abbandonate" è per chi, come me, trova nel senso dei luoghi, il senso stesso del vivere.

lunedì 16 marzo 2020

"Acqua salata" di Jessica Andrews

"Certi giorni mi sento vulnerabile, come se mi avessero strappato via gli strati più esterni, lasciando parti nuove esposte al vento e agli spruzzi del mare. Quando si è passato un certo periodo di tempo lontani da sé, tornare nel proprio corpo può fare paura. Riconoscere che i propri desideri sono molteplici e perfino contraddittori non è facile, ma è necessario se vuoi vivere in maniera onesta con te stessa"

Mi viene difficile raccontarvi questo libro.
Avete presente quando racchiudete nel cuore bellezza tanto infinita e intima, che vi viene difficile descrivere a parole? Ecco, queste sono pagine davvero belle, tanto intense, sono state il posto preferito nel quale ho amato rifugiarmi, in questo tempo in cui l'Italia intera è in isolamento. Mi sono letteralmente inabissata in "Acqua salata" di Jessica Andrews, il mondo coi suoi guai è ritornato in secondo piano.
Porto ancora negli occhi il mare che s'infrange sulle scogliere irlandesi e l'odore di torba nei capelli, le montagne blu, le pareti di casa marroni, il tanfo di sigarette, il profumo di Impulse alla vaniglia, le patatine unte con il ketchup.

Una scrittura a tratti irriverente, che sa graffiare a volte, lenire e incantare in altre, ricordare sempre.

Ho accompagnato per mano Luce, la protagonista del romanzo, così come la chiamano i genitori e gli amici,  l'ho sentita come un'amica, come qualcuno che conosci bene, come si conoscono a memoria i palmi delle proprie mani.

La vita di Lucy è cambiata molte volte: con le sfuriate e le assenze del padre alcolizzato, con l’ansia e la pena per il fratello sordo, con la bellezza dei viaggi
in Irlanda a casa del nonno. E sembra cambiare definitivamente quando si trasferisce a Londra, per studiare e per vivere lontana dalla provincia, libera da ogni legame. Ma appena laureata, Lucy volta le spalle a tutto: va in Irlanda, nel Donegal, nella vecchia casa che il nonno le ha lasciato. Si affida al cielo, al vento, al mare per ritrovare se stessa, e intanto la sua memoria si snoda in racconti brevi e impetuosi come corsi d’acqua.

La natura è molto presente in questo libro, non come protagonista d'eccezione, quanto piuttosto presenza rassicurante alla quale fare affidamento e ritorno, nei ricordi e nell'adesso. Presente è anche la musica, l'autrice menziona parecchie band e cantanti dagli Oasis ai Waterboys, dalle Shangri-Las ai Greenday, fasi della vita sottolineate da precise, indimenticabili, colonne sonore.
L'autrice tesse questa storia inanellando frammenti di passato e di presente come perle di una collana, permettendo a chi legge di entrare nel vivo pulsare della narrazione senza perdere un battito.
La matita morbida ha corso tra le righe con disinvoltura: ha custodito per me, in quelle linee come bussole per navigatori smarriti, parole come tesori che potrò riscoprire ogni volta che ritornerò a leggerle.

Un percorso di crescita si dirama in queste pagine e noi lo faremo con Lucy, attraverso i suoi pensieri, i suoi amori, la sua infanzia turbolenta, l'adolescenza, il rapporto con la madre e con il fratello Josh, i punti cardinali della sua esistenza.

Ho amato profondissimamente la pagina dedicata al Prologo, una chiara ode al rapporto madre figlia, legame che solo il sangue, il grembo e l'anima possono comprendere pienamente. E la Andrews riesce a raccontarlo alla grande, richiamando questo legame in tutto il romanzo.


La sensazione finale è come quella dopo una sorsata di birra, rigorosamente irlandese, corposa e scura: piacevolissima, ma lascia in dote un retrogusto dolceamaro.
La rinascita di una donna che scopre e riscopre se stessa continuamente, Luce sa che per andare avanti deve ingoiare l'amaro, ma questo non la spaventa né la ferma.

I consigli di Nina Sankovitch

COME LEGGERE TUTTO IL GIORNO

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Leggi mentre si mangia
Leggi durante l'allenamento
Leggere prima di dormire
Leggere prima di alzarsi dal letto
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Leggi invece di guardare la TV
Leggi invece di passare l'aspirapolvere
Leggi mentre passi l'aspirazione
Leggi con un gruppo di lettura
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Avere sempre un libro con te
di Nina Sankovitch

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