Pezzi di vita

Pezzi di vita

venerdì 8 marzo 2013

Anteprima - Foto & Parole: Intervista alla scrittrice Eleonora Mazzoni


E’ un onore ed un immenso piacere intervistare Eleonora Mazzoni autrice de “Le difettose”ed. Einaudi, la cui recensione potete leggerla qui.




Un libro ricco di spunti di riflessioni, conosciamo meglio l’autrice.


Nata a Forlì, Eleonora Mazzoni si è laureata a Bologna in Lettere moderne con il professor Ezio Raimondi e diplomata alla Scuola di Teatro diretta da Alessandra Galante Garrone, per poi trasferirsi a Roma e intraprendere la carriera di attrice. Interpreta molti ruoli in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta nel 1996 con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio. Con Maselli lavorerà anche ne Il compagno (1999). Recita poi, tra gli altri, in Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli (Festival di Berlino, 2001), Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio (Festival di Venezia, 2004) e L'uomo che verrà di Giorgio Diritti (Festival di Roma, 2009 e vincitore del David di Donatello come migliore film, 2010). Numerose anche le fiction televisive a cui ha preso parte, tra cui Elisa di Rivombrosa, Il giudice Mastrangelo, Il bambino sull'acqua, Il commissario Manara.
Le difettose (Einaudi, 2012) è il suo primo romanzo.


Ho avuto modo di leggere questo libro davvero illuminante che, in chiave ironica, affronta un tema molto importante: la maternità, o meglio il difficile cammino verso la maternità. Credo sia stata un’avventura intensa scrivere questo romanzo. Com’è nata l’esigenza di mettere nero su bianco una tematica così delicata?
Lo stimolo più grande è stata la realtà. Il romanzo, pur non essendo strettamente autobiografico, nasce da un’esperienza personale e dai molti anni dedicati alla ricerca di un figlio.  Nasce anche dalla scoperta di un mondo, quello della fecondazione artificiale, sotterraneo, invisibile ad occhio nudo ma vitale, variegato, ricco di storie incredibili e affollatissimo.

Mi ha colpito il titolo scelto, “Le difettose”,  proprio a significare che se non si hanno figli, una donna non è veramente tale, completa, normale. Lei come la pensa in proposito?
Nel momento in cui ho desiderato un bambino che però non arrivava, sulla mia pelle ho vissuto  la sensazione di essere una donna incompleta, sbagliata, appunto difettosa. Quando ho deciso di affidarmi alle tecniche di fecondazione artificiale mi sono sentita doppiamente difettosa: perché osavo sfidare la natura. Purtroppo, anche se siamo libere e indipendenti, pesano ancora (a volte solo inconsciamente) dei giudizi sociali e culturali pesanti.  Tipo che dobbiamo far figli (le famose “childfree”, quelle cioè che decidono di non avere figli, vengono mal viste e mal tollerate, soprattutto se in coppia o sposate, considerate strane, eccentriche, egocentrice, ambiziose, carrieriste) ma se i figli non vengono le donne “sterili” (un po’ strane pure loro!)  dovrebbero mettersi il cuore in pace e fare di necessità virtù. Nel mio romanzo ho cercato di ribaltare questi stereotipi e di trasformare il difetto in un’opportunità per un percorso di conoscenza e approfondimento. Ho cercato anche di allargare il concetto di maternità: esistono molti più modi e forme per sentirsi madri di quello che pensiamo.  Attraverso il rapporto che Carla, la mia protagonista, ha con sua madre e con la madre di sua madre viene fuori che donne e madri si diventa. Sempre. Non lo si è automaticamente (o solo biologicamente).

Oggi può diventare problematico diventare madre, alla luce, non solo dei problemi fisici che una donna potrebbe avere nel corso della sua età fertile, ma anche per via della crisi sociale e generazionale che sta caratterizzando la nostra epoca moderna. Si fanno sempre meno figli e sempre più tardi. Spesso capita che mettere al mondo un bambino diventa una specie di fissazione, coadiuvata dal battere incessante dell’orologio biologico che non fa altro che spingere in tale direzione.  Un figlio è un diritto o un privilegio?
Ogni desiderio, se non si realizza, può diventare un’ossessione. Tanto più può diventarlo quello di un figlio che rappresenta uno dei desideri più forti, complessi e identitari dell’essere femminile. Nelle ossessioni è facile perdere se stessi e la ragione. E allora si rischia paradossalmente di perdere di vista proprio l’oggetto del desiderio. Il figlio, appunto. Che non ha chiesto di venire al mondo e che è sempre  altro da sé.  Io credo, un po’ come nel romanzo dice a modo suo nonna Rina, che occorra miscelare il principio che ci spinge a trasformare, a correggere, a migliorare  la realtà con quello che ci dice di accoglierla. Se prevale uno dei due a scapito dell’altro ci si confonde.  

Quali meccanismi si innestano all’interno del rapporto di coppia quando esistono queste problematiche? Come si può convivere con l’infertilità?
Spesso i rapporti subiscono crisi e sterzate (sia che il problema dell’infertilità riguardi la donna che l’uomo). L’ossessione può scavare un vuoto, creare indifferenza e difficoltà nella comunicazione. Ad un certo punto Carla dice:  “Il mio mondo ha subito un collasso. Il figlio che non arriva è diventato l’unico pensiero della giornata, la sola attività pulsante che come un tarlo svuota dall’interno il resto, interessi, passioni, impegni, lasciando l’involucro a salvaguardare la vita sociale e la presentabilità.” Per la troppa rabbia e il troppo dolore ci si può chiudere. Gli altri, anche il proprio partner, rischia  allora di sparire dall’orizzonte. 


Volere un figlio biologico in condizioni di infertilità  comporta sicuramente dei sacrifici e bisogna sostenere cure dolorose e invasive, forse non solo a livello corporeo ma soprattutto a livello psichico. Quanto i due ambiti sono legati e si condizionano a vicenda?
Siamo uniti, mente e corpo indissolubilmente collegati. Le cure ormonali cambiano l’umore e gonfiano il fisico. E dopo un mese sei lì che speri in un test positivo di gravidanza per non dover ricominciare tutto da capo. Ma purtroppo il tasso di fallimento nella fecondazione è altissimo (anche se sei giovane, figuriamoci se ti stai avvicinando ai 40 anni) e acchiappare la cicogna al primo colpo è veramente un’impresa.

Carla la protagonista del libro vuole un figlio suo per non sentirsi “difettosa”,  ma è più l’affermazione del suo ego o un reale desiderio di vivere l’esperienza della maternità?
In ogni desiderio (e quindi anche in quello di un figlio) c’è una parte autentica ma anche una parte di “induzione” ( Carla dice:  “Tra i ‘pacchetti-felicità tutto compreso’ che la società vende, quello ‘casa-macchina-lavoro-figli’ è uno dei più basici, adatti a tutti, anche ai mediocri. E’ imperdonabile non completare l’ultimo segmentino del pacchetto più a buon mercato. Mi sento la più somara della classe” ). Capisce quindi che deve scrostare quello che la influenza dall’esterno, il bisogno semplicemente di riuscire o di farcela,  e arrivare al cuore (al suo) della faccenda. Per questo ho inventato la figura di Seneca, che nel romanzo diventa vero e proprio personaggio, con cui Carla instaura dialoghi sul tema del tempo, della vecchiaia, della morte, della felicità.  Sarà proprio Seneca a dirle: Non porre la tua soddisfazione in potere altrui. Tendi alla vera gioia e sii felice di ciò che ti appartiene. Mi domandi che cosa ti appartiene? Si, dimmelo. Sei tu stesso e la parte migliore di te. Un figlio, quindi, non cambierebbe nulla? E dentro di me il campo di battaglia? Io ti auguro il possesso di te, perché il tuo spirito finalmente stia saldo, sicuro e contento.


Carla, inoltre,  sembra sentirsi punita per un aborto avuto in gioventù e si rimprovera di non aver desiderato fare un figlio prima. Ma c’è davvero un tempo adatto, idoneo, perfetto per fare un figlio? E se non ci si riesce, come può una donna accettare questa realtà? Lei che consiglio si sentirebbe di dare …
Carla a 15 anni abortì. Era troppo giovane e a un figlio non ci pensava. Non volevo però che si sentisse in colpa per questo. In quel momento nonna Rina le stette vicino e le disse: “I figli bisogna farli dopo che si è vissuto, non prima’. Nonna Rina possedeva l’intelligenza di chi sa che senza compromessi non esistono soluzioni nelle questioni importanti della vita. E’ vero però che Carla (è una cosa che succede spesso alle donne sterili) si sente “genericamente” in colpa, come se il non riuscire a fare una cosa così semplice come un bambino, dipendesse in qualche modo da lei, da un suo difetto o sbaglio. E il fatto di essere arrivata a 35, 36 anni per decidere di diventare madre non l’aiuta. Le donne dagli anni 70 in poi sono libere di scegliere se e quando diventare madri. In questa libertà c’è anche un peso, una fatica. La responsabilità e il dolore delle scelte. La nostra epoca così “onnipotente” ci fa ad esempio credere che avere un figlio a 40 anni non solo è possibile ma che è pure facile. E così, quando non succede, ci sentiamo raggirate. Il romanzo vuole essere anche una riflessione più ampia sul tema del tempo. E’ chiaro che non esiste un tempo giusto per fare le cose. Ma forse per ansia, per ignoranza o per distrazione rischiamo di perdere delle occasioni e non ci presentiamo agli appuntamenti importanti della vita. Seneca suggeriva che non abbiamo poco tempo ma ne sprechiamo molto. Carla dice: “In effetti il mio si e assottigliato di botto senza che me ne rendessi conto, è diventato fino fino, e ora mi sta stretto come un abito di due taglie più piccolo. Ma dove l’ho buttato, che adesso mi sento in ritardo su ogni cosa?”. Credo che dobbiamo trovare un modo per far pace con noi stesse e con le nostre scelte, anche se non sono sempre le più giuste.

Adottare un bambino non è comunque essere madre/genitore? O il provare specifici cambiamenti corporei ed ormonali cambia l’essenza dell’essere madre? Un donna non può essere mamma dentro, già nell’animo? Il famoso “senso materno” non vale comunque…?
Una donna può essere e sentirsi madre anche senza partorire figli (e anche senza averne, come succede a Carla, che alla fine si sentirà madre di se stessa, dei suoi studenti, di sua madre che sta invecchiando). Una donna infertile è costretta ad ascoltare la frase: “perché non adotti?” un’infinità di volte e spesso avverte superficialità in quelle parole. Adottare un figlio è una strada lunga, faticosa, dispendiosa dal punto di vista psicologico ed economico (come e forse più che la fecondazione). Una strada che occorre essere pronti ad intraprendere (e, visto che in Italia si deve essere sposati, occorre essere pronti in due). In genere lo si diventa dopo (e non prima) aver elaborato il lutto della mancata gravidanza biologica.  Con quella roba lì si devono fare i conti. L’altro punto è che non è che se si ricorre alla procreazione assistita si è cattivi ed egocentrici e se si adotta si è buoni e generosi. Il 20% dei bimbi adottati viene rimandato al mittente. Questo vuol dire che sia i genitori naturali che quelli  “in provetta” o adottivi  devono fare (e continuare costantemente a fare) un percorso. Ritornando a bomba: genitori non lo si è, lo si diventa. In tutti i casi.
Puoi raccontarci, brevemente, le emozioni che hanno caratterizzato il tuo percorso di vita, il tuo percorso di essere donna e madre alla luce di queste pagine meravigliose? Grazie…
C’è una frase buddista che più o meno dice: Non si è felici perché si realizzano i desideri ma si realizzano i desideri perché si è felici. Mi sembra che sintetizzi a meraviglia i miei ultimi tempi. Sono grata al mio “difetto” che mi ha permesso di non dar nulla per scontato. Ho cambiato vita. Ho abbandonato per un anno e mezzo il mio lavoro di attrice per scrivere un romanzo che non avevo neppure idea che sarebbe stato pubblicato, figurarsi poi con Einaudi. Ho scoperto una passione per la scrittura (che dai tempi dell’Università era rimasta sopita e che forse non avrei avuto mai occasione di tirar fuori). Dopo un mese che avevo consegnato il libro alla casa editrice sono rimasta incinta, addirittura di 2 figli. No, non mi sento grata, mi sento gratissima. Con gli interessi la vita mi ha ripagato 6 anni di un lungo, sofferto, magnifico viaggio.
  


  
Come mia consuetudine chiedo all’autore che intervisto di scegliere delle foto che hanno un significato particolare, Eleonora  Mazzoni ha scelto queste, molto emblematiche:

Matteo ed Emma nel carrello della spesa 

Una romagnola a New York


Grazie, Eleonora

5 commenti:

  1. Che bell'intervista! Grazie Lena, di avercela proposta. Anche il libro mi attira molto... è una tematica importante, che tocca tutte noi in un modo o nell'altro. Buon weekend!!! :-)

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    1. Grazie di cuore, Silvia! Come rispondevo, qui giù a Wiska, devo riprendere a scrivere e ritornare nei vostri blog con più costanza! =)

      Una felice settimana e a presto

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  2. Una bellissima intervista ed un libro sicuramente da leggere.
    Buon 8 marzo Lena e se vuoi sul mio blog c'è un post anche per te.
    A presto

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    Risposte
    1. Grazie Wiska per gli auguri! Ho intenzione di coltivare il mio blog personale così non perdo i contatti con gli amici blogger, ultimamente la "scrittura" ha avuto un post marginale, ma voglio farla rifiorire.... beh...tra poco è Primavera, il momento è propizio. Passerò da te, buona nuova settimana!

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    2. "Le difettose" è proprio da leggere....non è un caso che abbia pubblicato questa intervista proprio in questo giorno...le donne sono la salvezza di tutto!

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