Letture di gennaio

lunedì 3 febbraio 2020

"Un alfabeto nella neve" di Davide Brullo

"Dobbiamo attendere il dolore senza attenuarlo, dobbiamo mettere tenda nel dolore perché proprio lì ritroveremo chi ci ha lasciato - il dolore allora diventerà festa e il pallore un dono".



Un falsario, abituato a trafficare in memorie apocrife di grandi autori e a pubblicare testi corrotti («Amavo dissacrare i miti e disonorare i riti»), un intellettuale fallito, conosce una donna che può cambiargli la vita. Russa, residente sul Lago Maggiore, imparentata con lo scultore Paolo Troubetzkoy, la signora, in punto di morte, consegna al falsario la sua preziosa eredità: il carteggio tra Boris Pasternak e Marina Cvetaeva, andato perduto durante la Seconda guerra mondiale, oggetto bibliografico di grandissimo pregio.

Queste le premesse di "Un alfabeto nella neve" di Davide Brullo, libro che suscita profonde riflessioni e suggerisce ottimi spunti di lettura; nonostante vi sia raccontata una storia ben specifica, essa assume presto i contorni di qualcosa di universale: cosa ha a cuore l'artista, il ruolo della memoria, l'essere sopravvissuto rispetto ai cari estinti, la scrittura come arte salvifica e perturbante. Vi sono racchiusi, come in uno scrigno, temi esistenziali, riscritti in una forma che rende la lettura un'esperienza totalizzante. Ma le vere protagoniste sono la scrittura, la poesia, la letteratura, vere e proprie arti salvifiche.

In queste pagine sono scivolata come in un vortice, incapace di arrestare la lettura.
Mentre leggevo di Pasternak e di Marina Cvetaeva ero desiderosa di conoscere ogni dettaglio delle loro vite. Mi è venuta voglia di rileggere Il Dottor Zivago e le poesie della Cvetaeva.
Questo libro è impastato esso stesso di poesia.

Lo stile dell'autore mi ha colpito perché non comune, ma assolutamente originale. Forse in qualche pagina, in qualche punto, ci si perde, ma subito si ritrova il sentiero: le parole inanellano una storia che ha dell'incredibile, ma che sembra così reale, vera. È labile il confine tra realtà e finzione, probabilmente quel lieve senso di smarrimento è voluto, cercato dall'autore, per generare in chi legge quella spinta a ritrovarsi nelle e fra le righe.

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