Letture di gennaio

martedì 3 marzo 2020

"Mama Leone" di Miljenko Jercović


"Autunno: la casa profuma di essenze; le finestre sono appannate e al di là di esse piove; sul pavimento rotolano peperoni e pomodori, testine di cavolo e mele dalle bucce farinose; prepariamo le scorte invernali e ci scaldiamo sui profumi e sui colori, ci scaldiamo con il sentimento dell'immortalità in mezzo a questo grande cibo che ci durerà per tutto l'inverno (...) finché con le prime giornate calde non sbuchiamo fuori, nella primavera".


Un bambino osserva la mamma mentre fa una torta, e poi gioca in una scatola sognando di vincere nella guerra di cow-boy e indiani, partigiani e tedeschi, contro di lui...
"Ma devi proprio scrivere quello che senti a casa? Potresti anche inventare qualcosa...Pensi che potrei anche mentire. Secondo te, qual è la differenza tra inventare e mentire?... La differenza è che le bugie le dicono i bugiardi, e che gli scrittori inventano...Come definiresti allora quello che scrive di cose realmente accadute?"
Solitario nelle intenzioni come un'autobiografia, ma corale poi nei fatti,
"Mama Leone" racconta la vita di Miljenko Jercovich: il tutto è visto attraverso lo sguardo di un bambino e, dunque, con purezza e spontaneità. L'autore, quindi, fa i conti con se stesso, con i genitori e i nonni, e con chi ha distrutto le genti e le cose della sua città natale, Sarajevo.

La narrazione si svolge in un vorticoso cambio di registri stilistici, che tiene alta l'attenzione del lettore.
Questo raccontare di Miljenko avviene in modo fluido, come una corrente che sospinge se stessa con forza sempre maggiore, eppure questo raccontare semplice e delicato, a volte spiritoso altre doloroso, ha in sé un' intensità travolgente che mi ha fatto amare queste pagine. Un flusso di coscienza che straripa vita, tutta l'accortezza per i dettagli, la bellezza delle piccole cose che raccontano di gioie e di dolori.
"Mama Leone" è un mosaico di racconti: l'uno sfocia nell'altro con naturalezza e tutti si riversano nella seconda parte del libro, un dedalo di storie di emigrati bosniaci alla deriva. Se la prima parte era fatta "della stoffa dei sogni" dedicata all'infanzia, alle figure, alle storie e ai luoghi familiari che l'hanno caratterizzata - la Dalmazia, Sarajevo...- la seconda è impastata con la crudeltà della guerra, imponendo al lettore e al suo stesso autore riflessioni ancor più profonde.

"Quando menti a te stesso non si tratta di una bugia, si tratta piuttosto del modo con cui vuoi riparare l'irreparabile e crearti uno spazio nuovo per la vita, lo spazio per quella gioiaalla quale altrimenti potresti giungere soltanto con un duro lavoro dentro la realtà e con un volo da Tarzan da un cumulo all'altro di ciò che ti rende infelice. Malgrado ciò è più facile mentire, e alla gine il risultato è lo stesso, soltanto che gli altrinon ne vengono mai a conoscenza".

Il titolo del romanzo è quello di una canzone sentita per caso alla radio. All'autore la musica evoca di colpo il profumo del mare, dei pini, dell'olio di oliva "e, insieme, tutto quello che da questi profumi è scomparso", l'autore ci lascia scoprire il suo bisogno di sentirli di nuovo, come in un momento magico dell'infanzia, porto sicuro al quale fare ritorno.

"Gli amori talvolta tornano come le parole e li senti come se fossero veri, poi volano via e non tornano più; solo che dietro di sé lasciano una traccia luminosa, e quella traccia conferisce al mattino invernale un senso speciale, per cui anche dopo il distacco rimane una certa speranza, per esempio la speranza che capiterà una parola magica, anche se giungerà dopo la morte..."

Sono pagine che tengono non solo gli occhi, ma pure il cuore incollato ad esse. Da leggere e rileggere.


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